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Vacanze Romane

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Gregory Peck finge che l’interno della Bocca della Verità sia un infernale antro dantesco intento a divorargli la mano bugiarda mentre Audrey Hepburn, visibilmente impaurita, tenta di aiutarlo a liberarsi dal marmoreo predatore. E’ il set di Vacanze Romane, storico film di William Wyler (1953), nel corso del quale le urla di spavento della principessa Anna non sembra fossero da copione, ma dettate da un sincero soprassalto provocato dallo spiritoso attore statunitense che, improvvisando la scena, terrorizzò la diva del cinema. Un moderno reality negli anni ’50. Forse la Hepburn si lasciò condizionare da una delle innumerevoli leggende che raccontano di infedeltà coniugali o verità celate messe a dura prova dall’oracolare bocca, pronta ad ingoiare le mani di chiunque osasse mentire. Tra le ipotesi circa le sue origini, la più diffusa sostiene che la famosa icona barbuta della Chiesa di Santa Maria in Cosmedin sia un antico chiusino, nel cui imponente disco di pietra vennero scolpite le fattezze di una divinità fluviale. All’interno della Basilica, il Teschio di San Valentino, reliquia meno pubblicizzata ma altrettanto avvincente, che giace tra le rose in compagnia degli altri numerosi ricordi dei martiri. Il giornalista americano e la bella erede attraversarono durante le riprese del film i luoghi più caratteristici della Città Eterna, seguiti da entusiaste folle di fan locali alle quali il regista affidò il giudizio di ogni ciak, esortandoli ad abbassare o alzare il pollice come nell’antica Roma, quando il popolo sovrano decretava il destino degli sfortunati gladiatori con il simbolico e terrificante gesto.

Memorabile protagonista del tour cinematografico di Anna e Joe, la Fontana di Trevi, poco decorosamente venduta, anni dopo, a un ingenuo turista italo-americano in Totòtruffa62 (Camillo Mastrocinque, 1961) dal fittizio “proprietario” Antonio. Grazie alle sue capacità imprenditoriali, Totò l’aveva probabilmente già affittata alla coppia Mastroianni- Ekberg, disposti a pagare cifre esose per un bagno d’amore nelle sue celebri e canore acque, all’insegna di una Dolce Vita (Federico Fellini, 1960) intensa e sregolata. La Fontana di Trevi, dove secondo tradizione si getta una monetina per tornare di nuovo a Roma, era parte integrante dell’Acquedotto Vergine, edificato da Agrippa per alimentare le sue Terme e chiamato così poiché, secondo la leggenda, una fanciulla (virgo), ora immortalata nella nicchia accanto alla statua di Oceano, indicava ai soldati la sorgente. Favole antiche descrivono la fontana come un etereo palcoscenico per gli innamorati, che dopo aver assaporato la sua gustosa acqua, rompevano il calice della libagione  suggellando così un patto di fedeltà prima di ogni separazione.

Roma è stata la secolare scenografia di numerosi film, come Il Marchese Del Grillo (Mario Monicelli, 1981), dove uno stuolo di guardie svizzere si allinea trafelato sotto le mura di Castel Sant’Angelo dopo aver ascoltato il suono delle campane che annunciano la morte del papa, in seguito all’irriverente scherzo organizzato da uno spassoso Alberto Sordi.

Mausoleo di Adriano, fortezza, rifugio di  pontefici e carcere, il monumento costituisce da sempre mirabile ispirazione per opere rimaste nella storia, come la Tosca, dove il pittore Cavaradossi, prigioniero a  Castel Sant’Angelo, si strugge nel ricordo degli intensi momenti vissuti con la donna amata, quando nel cielo lucean le stelle, stridea l’uscio dell’orto ed entrava ella, appassionata e fragrante. E tra dolci baci e languide carezze, lui, fremente, le belle forme discioglieva dai veli.

Nel 590, nel corso di una processione per allontanare un’indomabile pestilenza, a Papa Gregorio Magno apparve la visione di un angelo in atto di riporre la spada nel fodero, simbolo della fine della terribile calamità. La statua di bronzo dell’arcangelo svetta oggi sulla Mole Adrianorum,  intorno a cui aleggiano ancora le drammatiche note dell’ultimo atto di Puccini.